
Formato: EPUB
Nel 2009, davanti a un gruppo di contestatori, un politico italiano urla una frase che sarebbe durata trent’anni: siete ancora ed oggi come sempre dei poveri comunisti.
Questo libro sostiene che quell’accusa è indirizzata alla persona sbagliata.
C’è una scena che chiunque sia cresciuto in una città italiana di media grandezza ha visto: uno torna con una macchina che in quella strada non si vede spesso, entra al bar, esce, e qualcuno dice e chissà come li ha fatti. La spiegazione corrente è che quel riflesso venga da ottant’anni di egemonia culturale della sinistra. Il problema di questa spiegazione è la cronologia: è sbagliata di circa settecento anni.
Il sospetto italiano verso chi guadagna ha radici religiose, aristocratiche, corporative e fiscali che precedono il comunismo di cinque secoli e non appartengono a nessuno schieramento. E non è solo costume: per sessantaquattro anni l’Italia ha tenuto un registro pubblico dei falliti, con i nomi, in cancelleria. È stato abolito nel 2006.
Ma questo libro prende sul serio anche l’obiezione opposta, quella che di solito viene liquidata come invidia. In un paese dove i cognomi che stavano in cima ci stanno ancora dopo sei secoli, diffidare di chi è ricco non è un vizio del carattere: è un calcolo delle probabilità fatto bene. Il punto è che quel calcolo, per quanto fondato, è anche autorealizzante — ed è la trappola più crudele di cui si parla in queste pagine.
Attraversando la lingua, il diritto fallimentare, il credito, la casa, il nanismo delle imprese e i casi di Australia, Scandinavia, Germania e Giappone, il libro arriva a una conclusione volutamente poco emozionante. Il nemico dell’imprenditore italiano non è il comunista: è chi è già dentro e ha interesse a che la porta resti stretta. E non si risolve con una rivoluzione culturale, ma con cose noiose come il diritto della crisi d’impresa, il costo del lavoro e l’accesso al capitale di rischio.
Un paese non decide quanto ammirare chi ce la fa. Decide quanto costa sbagliare.
DOWNLOAD
FILESTORE
