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Questa è una raccolta di poesie, una parte delle quali pubblicate nei testi prosodico/prosimetrici d’ambito teoretico e filosofico. E’ una raccolta di preghiere, di inni, di meditazioni nate lungo il percorso che porta all’interno di se stessi attraverso il contatto con gli numi archetipici, attraverso l’indagine vissuta, e non solo concettualizzata, del mito, attraverso ll’infissione del proprio sguardo nello spazio che si dischiude tra labbro e labbro, quando la thaumathein, lo stupore per l’esistere delle cose, piuttosto che il nulla, si riflette nello specchio eburneo ed ebenino del viso della Dea, avendo dismesso lo sguardo profano, ed il suo declinarsi, imperante nell’era del technè, come sguardo che domina, controlla, utilizza, soppesa e commercia. Lo spazio della meraviglia epoptica, per l’essere umano, è la frattura nelle mura che imprigionano, lo squarcio sottile, ma generativo, nel velo di Maya. E’ il cercare una realtà più profonda, ricreata poeticamente attraverso l’impasto della nostra polvere quotidiana con l’acqua delle fonti archetipali, collettive, inconsce, o, per meglio dire, superconsce, quindi continuamente forgianti, come sorgente inesauribile, il nostro flusso vitale. E’ il contatto poetico con il nostro sé più profondo, o superiore, a seconda della nostra direzionalità, d’introversione o d’estroversione.
Questo cammino non è un giocare con parole o metafore, e non è neppure un breviario religioso. Non guarda solo all’esterno, come un libro di devozione, e di certo non vuole mescolarsi con tale concetto; parimenti, non è soltanto essere un insieme di testi derivanti dal personale percorso di analisi della proprio percorso; questo esperimento testuale vuole guardare attraverso, ovvero, fornire un veicolo, esprimendo in questo una consonanza col concetto di veicolo proprio della tradizione buddhista. Questo cammino è un percorso testuale offerto ad un lettore che vuole trovare, attraverso la lettura, la ripetizione ad alta voce o labiale, a seconda delle preferenze e delle inclinazioni, alcune tra le varie figure numinose femminili, di deità d’ogni tradizione, che popolano la nostra Anima, forgiando il nostro personale daimon, che è nostro, e personale, in quanto noi ne siamo parte, declinazione, individuazione, e lui è noi via via che noi oltrepassiamo i limiti profani, angusti, in cui la vita profana, ovverosia vissuta al di fuori del nostro spazio sacro, ci ha costretto. Individuarsi per trascendersi, approfondirsi per innalzarsi, e viceversa, e tutto questo entro la dimensione animica, in cui la figura della Mater Magna, di Zoe, la Vita non individuata, la Natura Naturans, insuffla nella nostra limitata porzione di respiro l’ascesa al cielo dell’onda ed il suo schiantarsi tremendo, il suo generare e divorare.
Questo è un lavoro interiore che viene compiuto entro la propria Ombra, a tutt’oggi così assottigliata e corta nel mezzogiorno d’una razionalità irragionevole, avvelenata dal meccanismo della produzione e del consumo, castrata dei suoi istinti più vitali, alienata dal senso della terra, così lasciata a se stessa, libera di tornare, torta e compressa, e quindi carica d’ogni potenziale distruttivo, quando l’eclisse d’ogni legame numinoso con se stessi lascia il posto allo scatenarsi della violenza cieca ed irrazionale….

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