Il caso Loretta Steavens (EssEffeEdizioni 2003)

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Una versione breve di questa storia fu pubblicata in anteprima come allegato a “Fumo di China” del giugno 2002. “Un giallo anomalo e avvolgente”, fu definita. Il protagonista, a un certo punto, trova un messaggio scritto in una lingua misteriosa che ricorda alcuni fonemi ebraici, ma anche i dissonanti vocaboli delle mitologie Lovecraftiane: “ya’ ibht luram ist kheel”. Capisce così di essere in grossi guai.
Qualcuno mi chiese se era una lingua esistente, e che cosa significasse il messaggio.
“Non significa nulla”, risposi io. “Sono parole inventate”.
Ripensandoci, mi accorsi che era l’unico punto della storia di cui io stesso non sapevo niente. Avevo buttato lì quelle parole a caso, a corredare la silhouette di un essere mostruoso. Perché questa associazione? Perché proprio quelle parole? Provai ad anagrammare la frase. In essa erano contenuti cinque vocaboli di lingua inglese (Steel, kill, bat, blue e lust), i cui significati erano: acciaio, uccidere, pippistrello, blu e lussuria. Questi cinque elementi coincidono con il centro della storia. Ne constatai con stupore la presenza nelle tavole che stavo in quei giorni realizzando. Attribuii ad un personaggio secondario la mia intuizione; le capacità investigative del protagonista (nonché le mie) non sembravano andare oltre. E’ il caos, il vero argomento della storia: una forma di ordine non compreso.
Loretta Stevens è bella: (quindi) scompare.
Tra informazioni discordanti, insensati lavori stradali, cliniche spettrali e giardini d’autunno, il mondo sembra averla cancellata. La sua esistenza, ridotta ad un fascicolo di documenti, testimoniata da individui ambigui, sembra aver sfiorato territori oscuri, abitati da presenze innominabili. Mr. Grunge, lo sparuto detective incaricato di ripercorrerne le tracce, raccoglie la sfida: promette, con il piglio di un personaggio di Durrennmatt, che troverà Loretta Stevens.
Ma non ha lo “physique du rôle”, né la necessaria dimestichezza con la metafisica. Armato solo dell’innocenza e del buon senso, procede a una verifica coscienziosa dei dati in suo possesso. Di psicanalisi sa poco: il buio, metafora dell’inconscio, lo vede accendere prosaicamente una torcia elettrica; la verità, racchiusa nelle forme arcaiche e ripugnanti dei suoi incubi, fornisce risposte a domande che egli non è in grado di porre. Inoltre fuma troppo, e di fronte all’orrore fa ciò che Dylan Dog non farebbe mai: ricomincia a bere.
L’inizio della storia lo mostra già sconfitto, incagliato sul fondo di un’abisso. Da lì contempla il vuoto, guarda i catamarani passare, e forse un giorno troverà Loretta Stevens.

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