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Grammatica del Dolore propone una genealogia critica del supplizio inteso come dispositivo iconografico e politico. Il saggio esplora la metamorfosi della sofferenza umana attraverso la storia dell’arte, tracciando il passaggio da un dolore vissuto come evento sacro o rito di espiazione, a una sofferenza esibita come spettacolo, fino alla sua odierna smaterializzazione algoritmica.
Analizzando manufatti che spaziano dalle incisioni rupestri di Lascaux alle performance radicali del Novecento, passando per l’estetica barocca e la sistematizzazione libertina del Settecento, l’indagine mette in luce come il corpo sofferente sia stato costantemente colonizzato dal potere. Il dolore non è mai puro dato biologico, bensì un testo scritto dalla cultura, una pagina su cui l’autorità, il mecenatismo e, infine, il mercato dei media hanno inciso le proprie gerarchie di controllo. In un confronto costante tra le dinamiche di esposizione occidentali e la sottrazione simbolica propria delle tradizioni orientali — quali il teatro Nō e i Kaidan giapponesi — l’opera interroga la deriva contemporanea del trauma. In un’epoca segnata dalla saturazione digitale, la sofferenza perde il suo residuo di trascendenza per divenire puro asset informativo, ponendo l’osservatore davanti a una crisi etica senza precedenti: la fine della possibilità stessa di abitare il dolore altrui.
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