
Formato: EPUB
Il volume si articola lungo una rigorosa traiettoria storico-giuridica. Prende le mosse dal Diritto Romano, dove la quaestio operava come strumento di classe applicato unicamente al corpo dello schiavo (servus), per poi analizzare la codificazione medievale della confessione quale regina probationum. Il vero punto di svolta epistemologico viene individuato nella transizione verso l’Età Moderna con la caccia alle streghe: nel momento in cui l’apparato penale smette di occuparsi del crimine materiale per farsi carico del disciplinamento dell’ortodossia e della morale, la tortura si fa ideologia di genere. Testi come il Malleus Maleficarum e strumenti come la Briglia delle Pettegole dimostrano che l’obiettivo del potere non era la verità processuale, ma la produzione coatta del silenzio, dell’infamia permanente e della sottomissione sociale della donna.
Questa stessa logica biopolitica viene rintracciata nelle sue spietate declinazioni contemporanee. Dalla tecnocratizzazione della sofferenza nei laboratori di sperimentazione nazisti, all’ingegneria dei conflitti asimmetrici del XXI secolo. Lo stupro sistematico nei Balcani o in Ruanda e la degradazione sessualizzata nelle prigioni di Abu Ghraib e nei black sites della “Guerra al Terrore” non sono eccessi indisciplinati, ma armi strategiche pianificate a tavolino per distruggere l’identità del singolo e l’onore della collettività nemica.
Attraverso la metodologia critica dell’«archeologia del silenzio», il saggio interroga le reticenze, le ellissi e gli eufemismi dell’archivio giudiziario burocratico, offrendo una chiave di lettura indispensabile per giuristi, storici e filosofi della politica. Un’opera che trasforma la memoria storica in un imperativo etico contro l’impunità, dimostrando che il divieto universale di tortura può dirsi reale solo se riconosce e sradica la sua intrinseca specificità di genere.
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