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Odyssea si osservò le mani e si accorse che tremavano. Strinse i pugni con energia, indispettita da se stessa e da quella puerile reazione. Non stava dimostrando un coraggio all’altezza della fama che si era meritata la scorsa estate. Affrontare il primo giorno di scuola non era certo pericoloso quanto combattere contro Squartavene e riportare a casa la pelle, viva anche se un po’ malconcia. Eppure, adesso, in procinto di affrontare quell’esperienza così comune per tanti altri ragazzi, non poteva negare di provare un’emozione molto simile al panico. Pur avendo sedici anni compiuti da un pezzo e una storia alle spalle che avrebbe fatto crescere in fretta anche un sasso, in quel momento si stava comportando come una bambina ancora odorosa di latte.
Non stai mica andando nella Foresta Tenebrosa. Quasi quasi te la fai sotto più adesso di allora. Sei decisamente assurda. Di cosa hai paura?
Be’, innanzitutto detestava il suo aspetto. Era più magra che mai, alta come un lampione e tutta gomiti, ginocchia e spigoli acuti, senza nemmeno una morbidezza. La divisa prevista dal regolamento scolastico non la aiutava in alcun modo. Sembrava la parodia di una collegiale da telefilm del Mondo-altrove. Una gonna azzurra a pieghe perfettamente stirate, lunga fino ai polpacci. Una giacca dello stesso colore, con tre grandi bottoni di smalto dorato. Una camicia bianca con un colletto voluminoso, a metà tra un ventaglio e un collare. Una calzamaglia scura, tanto pesante da non rivelare neanche un’ombra di pelle, e scarpette basse, da bambola, di vernice blu pavone.
In quell’istante, Fagola le si posò su una spalla.

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