
Diciottomila morti. In cinque anni. E’ il “death factor” della politica europea di gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo, sulla rotta che da Tripoli porta verso i porti italiani. Afgani, sudanesi, somali, nigeriani, senegalesi, siriani, egiziani e tante altre nazionalità. In viaggio per anni, sottoposti a torture, lavoro schiavo, violenze. Imbarcati su gommoni precari, lanciati verso nord. Aspettano della braccia che li accolgano. Trovano motovedette che li riportano verso i lager da dove fuggono. O la morte per affogamento.
Questa è un’inchiesta che ricostruisce vent’anni di politica italiana ed europea di respingimenti, con un’unica eccezione, durata appena un anno, l’operazione Mare nostrum. Prima gli accordi con il regime di Gheddafi per rispedire verso i centri di detenzione chi veniva fermato in mezzo al mare. Poi l’attacco a chi salva, con la creazione del concetto di “pull factor”, ovvero il fattore di attrazione che avrebbero esercitato le navi inviate per soccorrere i naufraghi. E oggi la terza fase, i respingimenti per procura, con la politica parallela della criminalizzazione delle missioni umanitarie in mare.
Matteo Salvini è solo l’ultima pedina di una scacchiera molto più ampia e complessa, dove sono in tanti a giocare una partita sporca. Dai vertici dell’Unione europea, fino ai think-tank identitari. Con carte segrete, accordi non dichiarati, politiche dove una presunta sicurezza nazionale si basa su un principio cinico: se i migranti muoiono in mare si riducono i flussi degli arrivi.
L’inchiesta è basata sulla denuncia presentata da un gruppo di avvocati e dagli studenti della facoltà di Scienze politiche di Parigi nei mesi scorsi al Tribunale penale internazionale dell’Aia ed è integrata con l’analisi dei documenti ufficiali delle istituzioni italiane, europee e delle agenzie Onu. Un j’accuse diretto, documentato contro il Deep State europeo.
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