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Obiettivo dichiarato dell’analisi è “la scoperta dei movimenti con i quali la classe operaia tende oggi a rovesciare la propria dinamica di forza-lavoro del capitale internazionale in una lotta sociale” di classe operaia, la scoperta cioè, “dietro al vastissima gamma di forme con le quali questi movimenti si manifestano, sia dei meccanismi materiali che già li unificano parzialmente a livello sociale in un potenziale di lotta politico, sia della catena delle complesse mediazioni attraverso le quali si esprimono, a volte, sul terreno politico”. Ma il risultato della ricerca non si esaurisce nella “esposizione al lettore dei risultati”. Essi, invece, verranno utilizzati nelle “scadenze della lotta politica”, messi a disposizione delle forze soggettive, degli strati più avanzati della classe operaia, capaci di produrre continuità delle lotte come strategie contro cui il potere del capitale non ha armi. Dunque di “scienza nuova” si tratta. Scienza che si fonda sì su metodologie tradizionali della sociologia, ma che trova la sua legittimazione nella scoperta di una fenomenologia specifica da descrivere: l’autonomia della classe operaia attraverso le “sue” lotte, le “sue” forme di organizzazione, i “suoi” tentativi di ricomposizione politica dentro e contro i sempre rinnovati tentativi da parte capitalistica di procrastinare, se non d’impedire, il processo rivoluzionario; nell’individuazione di nessi carichi di conseguenze politiche tra i modi di essere oggettivi della forza-lavoro nei cicli produttivi e i comportamenti soggettivi del “partito in fabbrica” nei cicli di lotte dalla cui corretta lettura dipende l’esistenza del partito della classe operaia. Che alla fine degli anni Settanta tutto questo sia ancora e soltanto una esigenza, dà ragione a chi pubblica queste “vecchie cose” di Romano Alquati. Il ritardo con cui questi scritti vengono sottratti alla quasi-clandestinità e raccolti in un tutto organico non toglie nulla alla loro “novità”.
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